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A volte basta davvero poco per raddrizzare una settimana iniziata in down.
Un venerdì di riposo all'orizzonte, pratiche burocratiche che ti mettono di buonumore (per entrare in un nuovo stato di famiglia), un hammam x 2 prenotato, un film desiderato in uscita, una lezione di acquagym all'insegna delle risate, chiacchiere sotto il phon al profumo di cloro, una viola che spunta in tutto il suo splendore, e poi magari il parrucchiere e l'estetista a corredo di un week end di tempo libero tutto per me e per noi.
Infine, la radio che di mattina passa la giusta canzone.
Poco importa che fuori piove.
La vita è piena di sorprese, più o meno piacevoli, e ho scoperto che sorprendere noi stessi è più semplice di quanto pensiamo. La maggior parte delle volte in cui io sorprendo me stessa è quando mi ritrovo a essere incoerente. E ad ammettere che quella cosa che avevo giurato non sarebbe mai accaduta, a un certo punto accade semplicemente e spontaneamente.
Tanto per fare un paio di esempi, quando avevo 12 anni sostenevo fieramente ad alta voce che non avrei mai fumato nella mia vita, e così non è stato. Qualche tempo fa chiusi un blog ripromettendomi di non riaprirlo più, per poi ricominciare a scrivere un mese dopo. Tra queste pagine, meno di un mese fa, giurai che non avrei mai e poi mai visto Sex and the City. E così non è stato.
Sono arrivata al quarto episodio della seconda serie, e mi sono già affezionata alla storia, ai personaggi, agli scorci che offre di Manhattan, alle sue frivolezze.
Che poi così frivolo non è. Lo sembra, ma non lo è.
Cioè forse lo è, nel mondo ricco e snob che dipinge, nella superficialità con cui tratta alcuni temi, nella maniera spudoratamente borghese in cui fa vivere le sue eroine, che si possono permettere tutte le sere cene fuori e vestiti da migliaia di dollari ma sembrano non lavorare mai, e che cambiano partner con la stessa rapidità con cui si cambiano le scarpe.
Però c'è una cosa che mi ha colpita di questo telefilm, e che mi offre spunti di riflessione continui: la presenza, certezza e potenza dell'amicizia delle quattro protagoniste (tutte e quattro protagoniste nel loro micro mondo, nessuna più protagonista dell'altra), legate indissolubilmente da un rapporto sincero e schietto, privo di filtri e maschere, che vive aldilà delle aspettative e della quantità del tempo che si passa insieme.
Non posso fare a meno di riflettere sul fatto che ci si può anche conoscere da una vita e vedersi tutti i giorni, ma se non ci si sente liberi di esprimere i propri pensieri e di vivere un rapporto senza condizionamenti, quel rapporto non si può chiamare amicizia.
Se l'amicizia deve sottostare a delle regole, anche tacite, perde la sua natura incondizionata.
Se ci si aspetta sempre qualcosa da un amico, prima o poi quell'amico involontariamente ti deluderà. Perché non sempre ti potrà capire come vorresti.
E ciò che è certo è che se quell'amico ti deluderà, niente sarà mai più come prima.
Chi l'avrebbe mai detto che Sex and the City avrebbe stimolato tali profondi pensieri.
Il cielo è nuvoloso, ma domani a detta delle previsioni ci sarà il sole.
E sarebbe un vero peccato se piovesse, visto che l'Arena, in quanto arena, non ha coperture. L'ennesimo concerto di Ligabue mi aspetta; inizio a chiedermi se non sia diventata più una piacevole consuetudine che mi trascina via da Roma che una vera e propria passione per lui. La verità è che seguirlo in concerto fuori città mi permette di passare due giorni con le mie amiche, mio fratello, di staccare un po' insomma. E di staccare qui se ne ha sempre più bisogno. Perché sembra che Roma sia sempre più lenta, più intollerante, più cinica; non è così che ho imparato ad amare la mia città.
L'ho sempre accettata per quella che era, ma ora inizia a starmi stretta.
Qualche sera si ragionava, io e la mia dolce metà, sul fatto che se non avessimo una casa probabilmente saremmo andati via dall'Italia. Fuggire da una democrazia instabile e paracula, da un paese vecchio di mentalità e autodistruttivo, che impone uno stile di vita che difficilmente, se fossi straniero e mi trasferissi qui, riuscirei ad accettare.
La nostra micro famiglia inizia a fare progetti, e a pensare a un bimbo. E non lo so se vorrei fare crescere mio figlio in Italia, perlomeno non alle condizioni attuali, dove gli omosessuali sono accettati solo come fenomeno da baraccone, dove l'informazione è veicolata e censurata, dove i politici sono così miseri da farti sentire un genio in confronto.
Quello che so, è che non accetto di vivere esclusivamente per il lavoro, e di adeguare del tutto i miei ritmi al timbro del cartellino (che comunque non ho, perché un'altra brutta piega che si è presa da queste parti, è che gli straordinari non esistono più, e si rimane in ufficio fino alle 8 di sera per il gusto di dire che si è fatto tardi in ufficio...) e allora finché saremo in due ci godremo un po' la vita. Teatro, sport, cinema, viaggi, cenette. Nutrire un po' l'anima, in barba al conto in banca.
Allora signori, questo week end vado a nutrire la mia anima.
Buon fine settimana... e buona vita a tutti.

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Un aggiornamento post-concerto è d'obbligo. Per chi mi ha chiesto di raccontare e chi mi ha invitata a riflettere su quello che avevo scritto. Il caso vuole che questo week end mi abbia offerto diversi spunti di riflessione. Quasi tutti legati alle parole spese su Roma nel precedente post, e sull'intolleranza della mia città. Verona è bella, molto bella, turistica ma allo stesso tempo vivibile. E non voglio pensare che le persone incontrate in questi due giorni rappresentino la maggioranza dei veronesi. Ma non posso non provare, di fronte a certe esternazioni razziste molto pesanti, di fronte a una certa insofferenza nei confronti della cadenza romana, ai banchetti colorati di verde stracolmi di copie del giornale "Padania", di fronte alla diffidenza e alla impazienza mostrata ad alcune nostre richieste di informazioni e allo striscione dedicato a Nicola Tommasoli, un certo sgomento.
Erano anni che non sentivo dire "chiamerei Benito e gli farei riaprire i fornetti, per spazzare via tutti quelli che vengono dall'est". Ma è sicuramente un caso. Quella frase lì l'avrei potuta sentir pronunciare su un qualsiasi autobus che passa per le strade di Roma, anche nell'alimentari sotto casa. Però sono rimasta sorpresa quando mi è stato detto "lei non sa che cosa significa convivere con gli extracomunitari che colonizzano i quartieri", perché io con gli extracomunitari ci divido il condominio e gli autobus, in maniera pacifica e normale, mentre forse lì c'è ancora da sorprendersi (e spaventarsi) dell'integrazione razziale.
Allora rifletto su come il punto di vista spesso condizioni lo spirito di osservazione. Non ricordo bene, ma mi sembra proprio che fosse Calvino a dire che le cose si osservano meglio e con più lucidità dal di fuori.
Vista da Verona, Roma sembra più morbida, più integrata, più gentile di quanto pensassi. Sicuramente più "faticosa" come direbbe qualcuno, più caotica, meno disciplinata e più pigra. Mentre vista da Roma, Verona sembra stretta e distante, forse troppo distante per i miei gusti...........
Detto questo, credo che il concerto a cui ho assistito sia stato strepitoso. Fuochi d'artificio esclusi. Intendo dire che sarebbe stato bello anche senza il botto finale, ma quei fasci di luce hanno chiuso uno spettacolo già di per sé molto intenso, per il quale ho avuto la conferma che varrà sempre la pena fare un sacrificio.
"Quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere mai..."
