Il Favoloso Mondo di Amelie
Into The Wild
Canone Inverso
Le Fate Ignoranti
Sliding Doors
Se mi lasci ti cancello
Mare dentro
Crash
Il Gattopardo
L'ombra del Vento
Caos Calmo
Qualcuno con cui correre
Il Paradiso degli Orchi
Nelle Terre Estreme
Achille Piè Veloce
Il Libro dell'Inquietudine di Bernardo Soares
La Casa del Sonno
La tredicesima storia
Tokyo Blues Norwegian Wood
Ligabue
Carmen Consoli
Afterhours
Pearl Jam
Subsonica
Vasco
Keane
James Morrison
James Blunt
Muse
Jamiroquai
Aerosmith
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Franz Ferdinand
Bruce Springsteen
Wallflowers
Negrita
Lenny Kravitz
Le Correzioni - Franzen
Solo la penombra - Carlo D'Alessio
Non posso credere che Facebook conti già tre Laure col mio stesso cognome. E io intanto a Facebook non riesco a iscrivermici. Cavoli. Ancora non ho ricevuto la tanto attesa mail di conferma, e sarebbe così bello perché ci sono tre o quattro persone che ho già stanato, che non sento da anni e che vorrei proprio contattare. Tipo Marco e tipo Jeffrey. Che mi guardano sorridenti dallo schermo del pc e a cui vorrei proprio chiedere che fanno ora, se sono in Italia, se lavorano, se hanno dei figli, che so... poi una vocina dentro di me (la voce di Francesca, per precisione, che cita a sua volta un'altra voce che chissà chi avrà citato a sua volta) mi dice: "ma se non li vedi e non li senti da anni un motivo ci sarà", e sposto di nuovo l'attenzione sulle ultimissime del televideo, che a leggerle così, a una prima interpretazione, sembrano dirmi che domani è inutile che vado a lavorare. L'Alitalia sta lì lì per chiudere i battenti, e noi siamo tutti lì lì per appendere le nostre divise al chiodo. Non che su questo lavoro ci avessi scommesso tutto il mio futuro, ma mi piaceva un bel po' e l'idea di ritrovarmi dall'oggi al domani senza stipendio non mi rassicura né entusiasma. Così inizio a mandare un po' di curricula in giro e toh, mi chiamano per un colloquio. Lunedì alle 11.30, si va bene. Però cavoli io in teoria lunedì lavoro, e adesso come faccio a spostare il turno? "Stai tranquilla cì" mi dice mio fratello al telefono "che lunedì manco sai se ci vai a lavoro". Ahahahah. Almeno una risata me l'ha strappata. Perché oggi da queste parti c'è solo che da piangere.
"Le parole hanno un non so che. In mani esperte, adoperate con maestria, ti fanno prigioniero. Ti si attorcigliano intorno alle membra come la tela di un ragno e, quando sei così soggiogato da non riuscire più a muoverti, ti trafiggono la pelle, ti entrano nel sangue, ti atrofizzano i pensieri. Operano dentro di te come una magia".
D.Setterfield - La tredicesima storia
Che le parole atrofizzino i pensieri, quello proprio no. A me le parole hanno sempre sortito l'effetto contrario: una molla, una leva, un impulso nervoso e quasi incontrollabile alla rilfessione e per l'appunto, al lasciar scorrere i pensieri. Non mi è mai capitato, nella vita, di dirmi "Non pensare, spegni il cervello, per una volta non riflettere" e di riuscirci. Le parole su di me hanno avuto sempre un potere: che fossero scritte su un libro, pronunciate da qualcuno o ascoltate in un film o in una canzone, in me hanno sempre scatenato una reazione. E quando questa reazione era negativa, erano in grado di scatenarsi a loro volta terremoti emotivi di spropositate dimensioni.
Un po' come quello che è esploso negli ultimi giorni, a causa di opinioni non richieste e di critiche gratuite, con parole talmente affilate da entrarmi in testa come un taglierino, e capaci di buttarmi giù di morale e di farmi litigare con lui, proprio lui, che dovrebbe essere il mio primo alleato.
Oppure come le parole del film di ieri, "Riprendimi", risapute e forse anche scontate (l'incapacità dei giovani di oggi di impegnarsi in un progetto di vita, il loro egoismo e la predisposizione naturale al tradimento, alla fuga dalla quotidianità, il senso di precarietà nel mondo del lavoro che rende precario ogni nostro sentimento), ma così squisitamente vere e sincere da scatenarci un tumulto di dubbi e domande dentro... "Che ne sarà di noi?". Altre parole nel buio di una stanza. Poi quello che forse più di tutto speravo di sentirmi dire: "Comunque vada, io so che una come te non la troverò mai".
Ecco, queste sono parole che mi fanno bene all'anima.

Ho capito perché "Il Cacciatore di Aquiloni" non mi è piaciuto. Delle trecento e passa pagine che ho letto, non mi è rimasta nemmeno una frase, una parola da appuntare, da sentire in qualche modo mia, da ricordare.
